CHIMERA DI CARNEVALE progetto per un salume sovversivo (salume)

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Il Carnevale è un non tempo che tradisce la volontà di superare totalmente il passato attraverso un invalidamento Creativo. I sensi sono simbolicamente, nella carne del naso, lingua e orecchie, l’orgia cosmica, il caos primordiale. Il sangue, esperienza nel tempo, si raggruma. Un tempo concesso e necessario per lo sfogo popolare che permette di rinnovare l’ordine, la creazione cosmica sovrana. Una volta letto il testamento e decapitato il fantoccio Re del Carnevale, sotto il buon auspicio della primavera, che sgorga arlecchina dal taglio della chimera, l’astensione è costituita. Il maiale è da sempre un simbolo ambivalente: fertilità e ricchezza da un lato e voracità, ingordigia e lussuria dall’altro. Le due orecchie dalla loro posizione naturale di ricezione passiva, una volta saldate, si parlano, prendono coscienza. Chimera di Carnevale è un prototipo per un salume sovversivo.

L’obbiettivo, è una volta che il salume ha attecchito sul territorio, perderne l’autorialità creando un nuovo prodotto che diventi tradizione. Un salume che richiami simbolicamente alla coscienza, che rigeneri la portata rituale del cibo non in chiave divinatoria o divina ma coscienziale. L’obbiettivo è di creare un prodotto tradizionale, internazionale, non di origine contadina o industriale ma culturale che non sia un Dop o un IGP (resistenza alla brandizzazione e in ogni caso contrario alla brevettabilità degli esseri viventi) ma piuttosto un prodotto che incarni la conoscenza critica dell’ordine P.I.C.C.O. (prodotto internazionale di conoscenza critica dell’ordine). Il prodotto locale oggi nasce a seguito della sua definizione su scala globale, per la sua differenza da tutti gli altri prodotti. Dunque Chimera di Carnevale non vuole congelarsi in una tecnica da laboratorio o in una speculazione del territorio o del prodotto ma essere scelta come tradizione da una generazione internazionale che si sforza di prendere coscienza e in un periodo di caos quale il carnevale si ritroverà ritualmente ogni anno a consumare una pietanza che induca a non invalidare la propria creatività.

 

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testo critico

Prima dell’ascesa della complessità tecnologica, la sopravvivenza umana dipendeva essenzialmente dalla conservazione di generi alimentari durante le stagioni in cui non erano altrimenti reperibili.

La rotazione stagionale di festival e celebrazioni cadenzava un ricco calendario di battute di caccia e raccolti, regolando di conseguenza il comportamento umano: le tribù delle zona Pacifico nordoccidentale del nuovo mondo non potevano andare a pesca fino a che non si fosse completata la prima cerimonia del salmone, mentre lungo le coste della Dalmazia si poteva partire con la raccolta delle ostriche solo dopo la fine della festa di San Giovanni. Le numerose tradizioni del Carnevale che si sono tramandate in tutta Europa e nei suoi territori post-coloniali sono essenzialmente un’emanazione di quelle regole, la prova inconfutabile di come il calendario liturgico sia profondamente radicato nel ciclo stagionale di produzione e consumo agricolo. Alla fine dell’inverno, l’ultimo mese che precede l’arrivo della primavera, gli ultimi avanzi di viveri entravano nella fase del deterioramento. Per non sprecare queste provviste, la comunità doveva riunirsi per mettersi d’accordo e consumarli allo stesso momento, in modo da evitare le spiacevolezze che emergerebbero inevitabilmente dall’istinto capitalista che spinge ad accumulare in tempi di abbondanza in modo da rivendere ad un prezzo maggiorato in periodi di scarsità. In questo modo invece gli stenti venivano collettivizzati.

Con l’arrivo della prima luna piena dopo l’equinozio di primavera – quando spuntano le prime piante commestibili, la prole degli animali é grande abbastanza per essere mangiata mentre le madri sono ancora in fase di allattamento e la stagionatura delle carni avviata durante i mesi freddi è stata finalmente completata – solo allora potrà essere abolito il divieto, giusto in tempo per festeggiare la resurrezione delle colture e dei mitici salvatori. Il digiuno quaresimale è quel che ci rimane di una pratica antica, i cui motivi sono ormai divenuti obsoleti. Eppure la tradizione resiste, sotto forma di cibo, senza il digiuno. Anche le pietanze sono ormai considerate desuete, poiché con la trasformazione del cibo in prodotto moderno si sono andate a perdere la conoscenza e le abilità necessarie per preservare le carni all’interno della propria casa. Oltre l’essenza allegorica dei suoi elementi, Chimera di Carnevale offre numerose sovversioni al concetto di modernità: un salame fatto a mano, casalingo sovverte sia la commercializzazione che l’industrializzazione dei beni alimentari. Sovverte i processi moderni in cui un salame – consumato da un singolo individuo – viene prodotto a partire da numerosi animali e preparato da molte mani in strutture progettate per la produzione di massa, processando maiali in prodotti destinati alla distribuzione commerciale.

Chimera di Carnevale sovverte il salame tramite i suoi stessi componenti e la sua preparazione; eppure paradossalmente si accosta più alla nozione idealizzata di quello che un salame é, alle caratteristiche derivanti dalle necessità obsolete di una società sussistente.

La nostra realtà del presente è stata costruita su nozioni tramandate di un’era che non esiste più: le nostre abitudini quotidiane, tradizioni ed eredità sono originati da esperienze di vita legate al desiderio e alla privazione, alla necessità di sviluppare strategie di sopravvivenza durante i duri mesi invernali caratterizzati da difficoltà sociali e meteorologiche, scarsezza e bisogno.

Tuttavia le abitudini, la tradizione e il patrimonio culturale non sono protetti o preservati dalle istituzioni: anzi, vengono compromessi, distrutti, annientati, cancellati e sostituiti con prodotti commerciali, industriali che assomigliano all’originale ma lo imitano e lo proibiscono con l’utilizzo di rivendicazioni di autenticazione esclusiva.

Perciò il Carnevale, come tutti i festival originati da un calendario ben cadenzato, è distorto: una volta regolava le provviste e la sopravvivenza della comunità, oggi rappresenta solo un’altra occasione per comprare un prodotto stagionale in un negozio. La predetta comunità non si limita ad un individuo o una famiglia: le relazioni sociali erano costituite da reti tracciate da un ciclo produttivo, dalla distribuzione e redistribuzione dei prodotti durante la sussistenza stagionale. Chimera di Carnevale offre un antidoto all’alienazione, sia nella sua concezione Marxista che vede l’individuo moderno alienato dal suo lavoro (la trasformazione di persone in lavoratori) che nella sua concezione postmoderna per cui gli individui sono alienati dalle stesse reti sociali che una volta stavano alla base della produzione e distribuzione di quei cibi preparati e conservati per assicurare la sopravvivenza invernale.

Zachary T. Androus

 

_En

Carnival is a non-time that reveals the will to completely overcome the past through creative criticism. The senses symbolically represent – in the flesh of the nose, tongue and ears – the cosmic orgy, the primordial chaos. Blood, experience in time, clots. A time concession necessary for the popular outburst which allows to revitalise order, the supreme cosmic creation. After reading the Testament and beheading the puppet King of the Carnival, self-restraint is established with the good omen of spring, which gushes harlequin from the Chimera cut. The pig has always been an ambivalent symbol: fertility and wealth on one side and greed, gluttony and lust on the other. The two ears from their natural position of passive reception, once welded, speak with each other – they become aware. The carnival chimera is the factual prototype for a subversive salami.

The goal is, once the salami has taken root in the territory, to deprive it of its authority creating a new product which takes on the values of tradition. A salami that symbolically refers to conscience, that regenerates the rituality of food, not in a divination or divine key but in consciousness. The goal is to create a traditional, worldwide product, not of peasant or industrial origin, but which sprouts from art. This product won’t be a PDO or a PGI (the expression of a deeply rooted resistance to branding and, anyways, opposition to the patentability of living organisms) but it will rather be a product that embodies the critical knowledge of the PEAK (Public Effect of Antiorder Knowledge) category. Nowadays local products are the result of their global-scale definition, of their difference from all other products. Therefore Chimera Carnival does not want to be constrained in the realms of lab techniques or territory/product speculation. Chimera Carnival wants to be a tradition chosen by an international generation that strives to become conscious and – in a chaotic  period like carnival – will ritually and yearly consume a dish that will provoke the non-invalidation of their creativities.

_critical text

Prior to the rise of technological complexity, human survival relied most fundamentally upon the preservation of foodstuffs through those seasons in which it is was not otherwise available. The seasonal round of festivals and celebrations charted the calendric of both hunts and harvests, regulating the behaviors of the people: the first salmon ceremony of the Pacific Northwestern tribes of the New World had to be completed before any fish could be taken, just as the feast of Saint Joseph had to pass before harvesting could begin along the oyster coasts of Dalmatia. The various Carnival traditions that persist throughout Europe and its postcolonial zones are essentially remnants of such regulations, evidence of the grafting of the liturgical calendar onto that of the seasonal round of agricultural production and consumption: in the late winter, the last month before the corner is turned with the beginning of Spring’s arrival, things are not only running out, but what is left is at the far end of its useful life. And since it is going to run out anyway, we should all agree to run out together at the same time to avoid the nastiness that would inevitably emerge from the capitalist instinct to hoard in times of plenty and resell at a profitable margin during times of scarcity. So instead, no one can have any of it during those times when people want it the most. By the first full moon after the vernal equinox, when the first edible plants have grown, the baby animals are big enough to be worth eating while their mothers are still giving milk, and the seasoning of the meats preserved through the cold months is complete, the ban can be lifted for all, just in time for the resurrection of crops and mythic saviors. Lenten fasting is a motive much younger than the practice it mandates, and one whose original motives have all but fallen into obsolescence. Yet the tradition persists, embodied most of all in those foods marked by a fast no longer kept. Even the foods themselves have fallen into obsolescence, and with their transformation into modern products the knowledge and skills necessary to preserve one’s own meats in the home have similarly disappeared. Beyond the allegorical content of its components, the Carnival Chimera offers multiple simultaneous subversions of modernity: something prepared by hand by one person from one animal in a home kitchen subverts both the commercialization and the industrialization of foodstuffs, because now a single salami consumed by a single individual is produced from multiple animals prepared by many hands in facilities designed to process pigs on a mass scale into products destined for commercial distribution. The Carnival Chimera subverts salami itself through its components and construction, yet remains ironically closer to the idealized notion of what a salami is, with its defining characteristics derived from the obsolete necessities of a subsistence society. Our present reality has been constructed from the inheritance of pasts that no longer exist: lives of deprivation and want, the necessity of developing strategies for surviving winters of both social and meteorological harshness with their scarcity and need, have given us what today we know as custom, tradition, and heritage. But actual customs, traditions, and heritages are not protected or preserved by their institutionalization, they are threatened, destroyed, obliterated, erased, and ultimately replaced with commercial, industrial products that bear little resemblance to the original but imitate them and even prohibit them through their exclusive claim to authenticity. Carnival, or any other festival once connected to a calendrical rhythm, thus became an occasion to buy a seasonal product from the store, rather than something on whose observance is staked the survival of the community. The community, and not just the individual or the family, because it was social relations across entire communities that were at once embedded in, constituted by, and constitutive of the networks traced by the production, distribution, and redistribution of these products during the seasonal round of our subsistence past. The Carnival Chimera offers an antidote to alienation, both in the Marxist sense of modernity’s alienation of the individual from their productive labor (the transformation of people into workers) and the postmodern sense of individuals being alienated from the social networks that were once synonymous with the networks supporting the production and distribution of those prepared and conserved foods necessary for surviving the winter.

Zachary T. Androus

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