DIECI PASSI DALL’EROSIONE GENETICA (video, bandiera, scultura bottiglia terracotta, birra, compost idee)

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“Salvare l’umanità dalla distruzione significa biodiversità agricola. Scambiare e condividere colture, condannare la privativa della produzione, sono un atto di resistenza, di sopravvivenza”.

 

L’operazione messa in atto da Andrea d’Amore con l’opera/azione Dieci passi dall’erosione genetica è una riflessione lucida e complessa sulla perdita di diversità genetica naturale e sullo stato delle politiche agricole viste attraverso il filtro selettivo dell’arte. Il tentativo di resistenza contro la smaterializzazione della tradizione agricola territoriale diviene forma viva e filosofia d’azione, denuncia e momento di sintesi affinché una specie rara, rivitalizzata attraverso un processo di strutturazione analitica del senso, sia capace di creare nuova ricchezza, quindi sviluppi economici, ma soprattutto comunità, ovvero differenti dinamiche relazionali e sociali.
Si è partiti da un preciso contesto geografico, il paese di Pesche in provincia di Isernia, e da una specifica varietà orticola, la patata Turchesca rinvenuta dall’artista sul territorio durante perlustrazioni, indagini e incontri. Il termine Turchesca, sinonimo di straniera e forestiera, ben si sposa con l’idea dell’opera intesa quale viaggio dinamico, quasi piratesco, nel cuore stesso del territorio che viene interrogato a fondo e quindi reso armonico e vitale proprio perché riconfigurato quale evento. d’Amore, dopo aver rinvenuto questa coltivazione a “Villa Argia”, il terreno di Mario, uno degli ultimi coltivatori del tubero, ha coinvolto il mastro birraio Biagio Sannino, sempre di Pesche e proprietario di un micro birrificio, col quale si è avviata la produzione di una birra di patata Turchesca: la “10 PASSI”. Dopo una prima produzione intesa quale tiratura limitata di pezzi unici d’artista, che si svolgerà presumibilmente attraverso due annate, la commercializzazione garantirà il ripopolamento della Turchesca e la diffusione del messaggio, oltre la sua sostenibilità. Tale diffusione avviene oggi attraverso l’oggetto artistico della bottiglia, disegnata dall’artista a forma di tubero e che accoglie sulla superficie un sintetico manifesto d’azione, e in futuro attraverso una produzione di più ampio consumo affinché la birra diventi anche momento di condivisione, socializzazione e preservazione genetica. La patata, impiantata altresì in Casentino, nell’azienda agricola Fattoria Poggio Di Dante a Poppi, garantirà una produzione maggiore in modo tale da evitare ogni tentazione di brandizzazione e privativa. La struttura/ imballo che accoglie la bottiglia, inoltre, è pensata per essere un micro-orto capace di far sviluppare i semi nella terra della quale è costituita, concimati dalla

carta naturale del manifesto, carta realizzata in Sri Lanka con lo sterco degli elefanti e serigrafata con pigmenti naturali. Chi acquisisce l’oggetto artistico, quindi, diventa custode dell’identità genetica ed artistica, capace a sua volta di fertilizzare la terra con le idee dell’opera (che deve far proprie prima di affidarle alla natura), di testimoniare il lavoro e diffondere il senso del messaggio.

L’idea di affidare nel prossimo futuro ad un’azienda agricola molisana del territorio di San Giuliano di Puglia, territorio tragicamente colpito dal terremoto e privato, per ragioni di clientelismo politico, di importanti finanziamenti deviati in parte anche verso fantomatici studi sulla Turchesca, una parte della produzione della patata sarà il successivo atto di condivisione e diffusione del progetto. Si tratta di un gesto consegnato ad una terra la quale ha sofferto per incuria umana e mancanza di responsabilità; i suoi abitanti proprio attraverso tali eventi hanno ma- turato una sensibilità nuova che ben può recepire il messaggio costruttivo e propositivo della ricerca di d’Amore la quale non riguarda solo la presenza attiva del/sul territorio ma, in genera- le, la necessità di evitare, in futuro, tragedie e privazioni (questa volta nel campo agroalimentare). Una discussione attiva sulla biodiversità e sulla privativa della produzione dovrebbe esse- re uno degli obiettivi di sviluppo del progetto. L’idea che da tale momento possa nascere un evento di carattere sociale sotto forma di festa o azione conviviale, depositario di valori comunitari e agricoli, dovrebbe garantire la preservazione della varietà e la sua rifunzionalizzazione all’interno del contesto territoriale, oltre che creare uno strumento di analisi sociale. L’azione di d’Amore, che si muove tra globale- locale, sacro-profano, tradizione-evoluzione, riscopre quindi, attraverso la sua invenzione artistico/gastronomica, il concetto di rituale poiché il rito mira alla creazione di fiducia e sicurezza ontologiche e si pone quale momento totalizzante e stabilizzante di un’intera comunità.

L’azione/opera inoltre è “politica” nel senso che analizza e studia l’intera civitas e si pone su un binario parallelo, speculare ma più veritiero rispetto alla politica che dovrebbe agire sui e nei contesti, salvaguardando proprietà, varietà e imprese. In tal senso il messaggio di Dieci passi dall’erosione genetica risente anche delle idee della biopirateria secondo le quali la biodiversità, in quanto legata a sviluppi di sostentamento e sostenibilità, ha un valore autonomo e prezioso che la colloca fuori dal mercato sempre più soffocato dalle proprietà intellettuali.

Il punto di partenza è la rarità e unicità della materia prima, profondamente legata al territorio ma a rischio estinzione, mentre il messaggio di fondo riguarda GM, consorzi, marchi e normative comunitarie che tendono a “civilizzare” e normalizzare le produzioni. L’esclusività del prodotto (artigianalità, eccellenza, produzione limitata, elevata qualità, piacere dell’esperienza di consumo) determina una scelta consapevole da parte dell’acquirente il quale si relaziona con un “atto artistico” che esplora tutte le potenzialità del materiale attraverso un’azione creativa e sovversiva al tempo stesso. La commercializzazione, pertanto, è una tappa fondamentale per il progetto e per la sua anima attivista poiché permette la continuità della produzione e la diffusione del senso. La preservazione genetica- estetica elimina la logica spuria della valutazione monetaria ed apre, attraverso l’estetizzazione dell’oggetto e l’esercizio attivo della sensibilità (i cinque i sensi: gustare la birra, osservare e toccare la bottiglia, ascoltarne il suono, odorare l’aroma), un immenso spazio “politico” che nega al potere di semplificare la complessità men- tre determina il riverbero della memoria che vi è alle spalle. La possibilità della diversità e le infinite azioni combinatorie degli ingredienti (artistici) determinano l’affermazione della rete, la rigenerazione della rappresentazione, l’inversione del mercato, il consumo “creativo”, la possibilità della differenza. Ecco allora che la patata Turchesca è il pretesto e l’alternativa, la causa scatenante di un’azione estetica che propone soluzioni con- crete alle politiche agricole commerciali, attraverso il filtro destrutturato, anarchico, dell’arte contemporanea. Lo scopo dell’artista è quello di suscitare l’”inatteso”, far vibrare la produzione agricola e considerarla non come sinonimo di prodotto bensì di astrazione e manifestazione. Psichica, scientifica, etica. È, tutto sommato, una rappresentazione simbolica e magmatica del- la realtà, una sua traduzione/costruzione/ trasformazione attraverso lo scambio e il contatto di un ordine naturale con un ordine dell’essenza e dell’alternativa vitale, è il viaggio dell’artista nel tempo e negli spazi tra creatività e costruttività, è una ibridazione ovvero il riconoscimento che esperienza estetica ed esperienza scientifica (pratica) hanno entrambe un carattere fondamentalmente cognitivo, è la coscienza/conoscenza di quell’“ecologia” la quale svela che nulla è slegato ma tutto può coesistere sia sul piano ideale della rappresentazione che nella relazione funzionale, è la differenza tra capitalismo di consumo e condivisione del consumo, orizzonte della crisi e arte del reggere, del respingere, del durare, dell’evolvere.

Tommaso Evangelista

 

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DIARIO DIECI PASSI DALL’EROSIONE GENETICA.

Presentazione del progetto Villa Romana Firenze.

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Scultura di pensiero realizzata con il contributo di Tommaso Evangelista, Giorgio D’Orazio, Zachary T. Androus, Andrea Calzolari, Salvatore Ceccarelli. Lavori in corso serigrafia Medulla.

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_Il COMPOST IDEE è pensato per non essere archiviato. Per l’urgenza dei temi trattati i concetti contenuti devono essere subito recepiti per poi liquefarli nel terreno (terreno umano), per fertilizzarlo quale compost per le idee.

Serigrafia con inchiostro 100% naturale ricavato da estrazione di robbia e acacia, carta 80% sterco di elefante e 20% risone. L’idea di produrre carta con sterco di elefante e risone è di un’azienda in Sri Lanka che acquistando il materiale dai contadini gli permette di vedere l’elefante come risorsa economica sostenibile ed essere più tolleranti alle razzie dell’animale nei campi coltivati.

_Salvare l’umanità dall’estinzione significa biodiversità agricola. Condannare la privativa della produzione, scambiare colture, sono un atto di resistenza di sopravvivenza.

_Tommaso Evangelista. I Dieci Passi. Quasi un manifesto.

L’operazione messa in atto da Andrea d’Amore con l’opera/azione Dieci passi dall’erosione genetica è una riflessione lucida e complessa sulla perdita di diversità genetica naturale e sullo stato delle politiche agricole viste attraverso il filtro selettivo dell’arte. Il tentativo di resistenza contro la smaterializzazione della tradizione agricola territoriale diviene forma viva e filosofia d’azione, denuncia e momento di sintesi affinché una specie rara, rivitalizzata attraverso un processo di strutturazione analitica del senso, sia capace di creare nuova ricchezza, quindi sviluppi economici, ma soprattutto comunità, ovvero differenti dinamiche relazionali e sociali. Si è partiti da un preciso contesto geografico, il paese di Pesche in provincia di Isernia, e da una specifica varietà orticola, la patata Turchesca rinvenuta dall’artista sul territorio durante perlustrazioni, indagini e incontri. Il termine Turchesca, sinonimo di straniera e forestiera, ben si sposa con l’idea dell’opera intesa quale viaggio dinamico, quasi piratesco, nel cuore stesso del territorio che viene interrogato a fondo e quindi reso armonico e vitale proprio perché riconfigurato quale evento. d’Amore, dopo aver rinvenuto questa coltivazione a “Villa Argia”, il terreno di Mario, uno degli ultimi coltivatori del tubero, ha coinvolto il mastro birraio Biagio Sannino, sempre di Pesche e proprietario di un micro birrificio, col quale si è avviata la produzione di una birra di patata Turchesca: la “10 PASSI”. Dopo una prima produzione intesa quale tiratura limita- ta di pezzi unici d’artista, che si svolgerà presumibilmente attraverso due annate, la commercializzazione garantirà il ripopolamento della Turchesca e la diffusione del messaggio, oltre la sua sostenibilità. Tale diffusione avviene oggi attraverso l’oggetto artistico della bottiglia, disegnata dall’artista a forma di tubero e che accoglie sulla superficie un sintetico manifesto d’azione, e in futuro attraverso una produzione di più ampio consumo affinché la birra diventi anche momento di condivisione, socializzazione e preservazione genetica. La patata, impiantata altresì in Casentino, nell’azienda agricola Fattoria Poggio Di Dante a Poppi, garantirà una produzione maggiore in modo tale da evitare ogni tentazione di brandizzazione e privativa. La struttura/ imballo che accoglie la bottiglia, inoltre, è pensata per essere un micro-orto capace di far sviluppare i semi nella terra della quale è costituita, concimati dalla carta naturale del manifesto, carta realizzata in Sri Lanka con lo sterco degli elefanti e serigrafata con pigmenti naturali. Chi acquisisce l’oggetto artistico, quindi, diventa custode dell’identità genetica ed artistica, capace a sua volta di fertilizzare la terra con le idee dell’opera (che deve far proprie prima di affidarle alla natura), di testimoniare il lavoro e diffondere il senso del messaggio.
L’idea di affidare nel prossimo futuro ad un’azienda agricola molisana del territorio di San Giuliano di Puglia, territorio tragicamente colpito dal terremoto e privato, per ragioni di clientelismo politico, di importanti finanziamenti deviati in parte anche verso fantomatici studi sulla Turchesca, una parte della produzione della patata sarà il successivo atto di condivisione e diffusione del progetto. Si tratta di un gesto consegnato ad una terra la quale ha sofferto per incuria umana e mancanza di responsabilità; i suoi abitanti proprio attraverso tali eventi hanno ma- turato una sensibilità nuova che ben può recepire il messaggio costruttivo e propositivo della ricerca di d’Amore la quale non riguarda solo la presenza attiva del/sul territorio ma, in genera- le, la necessità di evitare, in futuro, tragedie e privazioni (questa volta nel campo agroalimentare). Una discussione attiva sulla biodiversità e sulla privativa della produzione dovrebbe esse- re uno degli obiettivi di sviluppo del progetto. L’idea che da tale momento possa nascere un evento di carattere sociale sotto forma di festa o azione conviviale, depositario di valori comunitari e agricoli, dovrebbe garantire la preservazione della varietà e la sua rifunzionalizzazione all’interno del contesto territoriale, oltre che creare uno strumento di analisi sociale. L’azione di d’Amore, che si muove tra globale- locale, sacro-profano, tradizione-evoluzione, riscopre quindi, attraverso la sua invenzione artistico/gastronomica, il concetto di rituale poiché il rito mira alla creazione di fiducia e sicurezza ontologiche e si pone quale momento totalizzante e stabilizzante di un’intera comunità.

L’azione/opera inoltre è “politica” nel senso che analizza e studia l’intera civitas e si pone su un binario parallelo, speculare ma più veritiero rispetto alla politica che dovrebbe agire sui e nei contesti, salvaguardando proprietà, varietà e imprese. In tal senso il messaggio di Dieci passi dall’erosione genetica risente anche delle idee della biopirateria secondo le quali la biodiversità, in quanto legata a sviluppi di sostentamento e sostenibilità, ha un valore autonomo e prezioso che la colloca fuori dal mercato sempre più soffocato dalle proprietà intellettuali.
Il punto di partenza è la rarità e unicità della materia prima, profondamente legata al territorio ma a rischio estinzione, mentre il messaggio di fondo riguarda GM, consorzi, marchi e normative comunitarie che tendono a “civilizzare” e normalizzare le produzioni. L’esclusività del prodotto (artigianalità, eccellenza, produzione limitata, elevata qualità, piacere dell’esperienza di consumo) determina una scelta consapevole da parte dell’acquirente il quale si relaziona con un “atto artistico” che esplora tutte le potenzialità del materiale attraverso un’azione creativa e sovversiva al tempo stesso. La commercializzazione, pertanto, è una tappa fondamentale per il progetto e per la sua anima attivista poiché permette la continuità della produzione e la diffusione del senso. La preservazione genetica- estetica elimina la logica spuria della valutazione monetaria ed apre, attraverso l’estetizzazione dell’oggetto e l’esercizio attivo della sensibilità (i cinque i sensi: gustare la birra, osservare e toccare la bottiglia, ascoltarne il suono, odorare l’aroma), un immenso spazio “politico” che nega al potere di semplificare la complessità men- tre determina il riverbero della memoria che vi è alle spalle.
La possibilità della diversità e le infinite azioni combinatorie degli ingredienti (artistici) determinano l’affermazione della rete, la rigenerazione della rappresentazione, l’inversione del mercato, il consumo “creativo”, la possibilità della differenza. Ecco allora che la patata Turchesca è il pretesto e l’alternativa, la causa scatenante di un’azione estetica che propone soluzioni con- crete alle politiche agricole commerciali, attraverso il filtro destrutturato, anarchico, dell’arte contemporanea. Lo scopo dell’artista è quello di suscitare l’”inatteso”, far vibrare la produzione agricola e

considerarla non come sinonimo di prodotto bensì di astrazione e manifestazione. Psichica, scientifica, etica. È, tutto sommato, una rappresentazione simbolica e magmatica del- la realtà, una sua traduzione/ costruzione/trasformazione attraverso lo scambio e il contatto di un ordine naturale con un ordine dell’essenza e dell’alternativa vitale, è il viaggio dell’artista nel tempo e negli spazi tra creatività e costruttività, è una ibridazione ovvero il riconoscimento che esperienza estetica ed esperienza scientifica (pratica) hanno entrambe un carattere fonda- mentalmente cognitivo, è la coscienza/conoscenza di quell’“ecologia” la quale svela che nulla è slegato ma tutto può coesistere sia sul piano ideale della rappresentazione che nella relazione funzionale, è la differenza tra capitalismo di consumo e condivisione del consumo, orizzonte della crisi e arte del reggere, del respingere, del durare, dell’evolvere.

_Giorgio dOrazio. Alla ricerca della sostenibilità perduta.

Conosci anche tu il sapore del primo bicchiere di vino paesano quando si esce dal carcere? Non risulti pretestuosa la citazione siloniana (Il segreto di Luca) che prendo in prestito per ordinare un’i- dea: dalla coercizione di una società consumisticamente sovraesposta, in cui regna un’omologazione produttiva capace di azzerare, orientare, mutare i sapori, intesi nella più ampia accezione del termine, poter riscoprire quella autentica memorabile genuinità di un prodotto, inteso nel senso più “alto” della parola, vuol dire ritrovare se stessi, una identità che è frutto di appartenenza di persona a una comunità, di uomo a una civiltà, di animale a un territorio.

Perché è solo quest’ultimo, quando si esprime – quando lo lasciamo esprimere – con il lessico naturale e proprio delle vegetazioni spontanee o colture sapienziali, rispettosamente trasformate da un uomo responsabile, che riesce a trasmetterci un benessere sincero e originario, a stimolare in noi quel sentimento di aderenza con gli equilibri della natura, con la bellezza e la bontà del ciclo vitale cui apparteniamo.
C’è una «ricerca di sostenibilità» che nasce come imperativo categorico nella nostra coscienza di esseri umani e non può esserci, non dovrebbe esserci, nessuna autorità superiore, dentro e fuori noi stessi, capace di derogare a tale imperativo essenziale, esistenziale.
Prima che essere «quello che mangia», l’uomo è «come mangia», perchè l’approccio del singolo all’alimentazione, propria e dei suoi vicini, definisce eticamente la disponibilità di ciascuno verso un tipo o un altro di produzione, di cibo, di vita, nonché il rispetto incondizionato dell’altro e del- l’altrove. Biodiversità oggi significa moralità, il cui codice di comportamento non è una imposizione derivante dalla prevalenza di una ragione empiricamente formata, ma è invece una istanza urgente dettata dall’impoverimento evidente dell’ambiente di cui siamo parte e dalla perdita quasi completa della nostra capacità di selezione, non tanto nel procacciamento quanto nella comprensione di ciò che può alimentare il nostro corpo e con esso il nostro spirito.
«Salvare l’umanità dall’estinzione significa biodiversità agricola. Condannare la privativa della produzione, scambiare colture, sono un atto di resistenza, di sopravvivenza», scrive Andrea d’Amore che, col suo progetto “Dieci passi dall’erosione genetica”, ci richiama tutti ad una riflessione imminente su quanto stiamo perdendo, poiché comodamente, sbrigativamente arresi, per la maggior parte di noi, a logiche extra-naturali del consumo, che esulano sempre più dal rapporto equilibrato uomo-natura, ben consapevoli del fatto che, quando manca il bilanciamento fra queste due forze attive-passive del reale, si creano alienazioni imperdonabili del più profondo valore umano. Ciò mi fa tornare alla mente una dichiarazione che mi rilasciò qualche anno fa Maria de Dominicis, imprenditrice agricola illuminata, prima in Abruzzo poi in Toscana, attivista dei Verdi e membro di una commissione ministeriale per l’agricoltura biologica, poi abbandonata: «Quel che conta è stare sulla terra ma senza imporre alla propria azienda i modelli di una società che con i ritmi della terra non ha nulla a che fare. Negli anni siamo passati da chi produceva di più a chi produce meglio, ma sempre produzione è. La riscoperta della campagna, dei prodotti, dei sapori, dei profumi se resta finalizzata alla vendita e basta non cambia la prospettiva né di chi coltiva né di chi si nutre. Come diceva José Bové, la vita non è una mercanzia. Recuperare la cultura contadina non significa solo recuperare radici e saperi, vuol dire recuperare la nostra vera capacità di sopravvivenza».

Ecco ancora la parola «sopravvivenza» ed ecco che la risposta urgente a questo avvertimento, non difficile da recepire tra scaffali dei centri commerciali e campi abbandonati o martoriati dagli artifizi produttivi, non può che essere rappresentata da una ridefinizione delle dinamiche di domanda-offerta, nella moltiplicazione delle singole, personalissime, consapevoli richieste di «cibo etico». Deve essere però una fame intellettuale prima che fisica a guidarci, un serio boicottaggio quotidiano di ciò che chiaramente non può rientrare in una filiera semplice, trasparente, saporita di produzione, un appello intransigente perché le certificazioni di prodotto siano sempre più stringenti e veritiere, le indicazioni di legge sempre più diffuse, esplicative e riscontrabili. Ancora una volta la responsabilizzazione deve partire dalla coscienza individuale, capace di agire sull’immaginario collettivo, di fare massa critica, di formulare proposte di alternativa possibili, di percorrere sentieri concludenti. Produttore e consumatore, al contempo, dovrebbero uscire da ogni logica di profitto e di risparmio che non sia perfettamente e onestamente tarata sulle reali esigenze dell’uno e dell’altro, ritrovando un’armonia che renda l’economia al servizio delle relazioni sociali e non il contrario, come sottolinea d’Amore nel concept del suo lavoro. Come sempre, mi viene in mente la forza visionaria di Joseph Beuys, l’artista per cui l’opera non è estrinsecazione conseguente del pensiero ma è il pensiero stesso, che questi temi aveva anticipato in discussioni e operazioni storiche, fondamentali, come Aratura Biologica (1975), Fondazione per la Rinascita dell’Agricoltura (1978) e Difesa della Natura (1984), suggerendo ancora una volta la “buona strada”. «Egli ricercava attraverso la realtà una via di accesso alla verità,» scrive Lucrezia De Domizio Durini, «che non va trovata nell’arbitraria invenzione del sistema in cui viviamo, ma esiste già nel mondo. L’uomo non deve fare altro che riscoprirla, attraverso se stesso e nella natura. L’uomo e la natura, con l’animo riconciliato, costruiranno un mondo vero».

_Zachary T. Androus. Scaling commodification.

The designations DOP and IGP are intended to protect and preserve traditional agricultural varieties and gastronomic products in Italy, but many of the smallest and most threatened traditions remain beyond their reach. Only one such designation is exclusive to Molise, a DOP for extra virgin olive oil. Increasing the number of specially designated products is not necessarily a solution; as anthropologist Jillian Cavanaugh found in rural Bergamo province, a special designation is not in and of itself sufficient to enlarge the market for a local product. And without reaching markets, there

is no chance of survival for the products in question, because the historical circumstances that originally generated them have given way to market economies and scaled productions. If commercialization is a key to survival, then increasing the commercial potential of highly localized products is necessary to overcome the higher costs associated with their geographic restriction. Value-added products, in which the original products are processed into more elaborate preparations, are fundamental to the modern food system for their transformation of perishable components into shelf-stable or frozen goods that facilitate storage, distribution, and re- distribution. This trend is frequently excoriated for its role in the massification and homogenization of foodways, and rightly so, insofar as it occurs on an industrial scale. But applied on a smaller scale, to agricultural varieties that are truly distinctive geographically and culturally and that are genuinely at risk of loss, this model offers a possibility to expand exponentially the market for the product. Like so much of the food produced today, contemporary art is commodified, commercialized, and increasingly transformed into value- added products. All too often the focus of the enterprise is the enterprise itself, which is to say that while contemporary art may address social issues, its commercial aspect remains wholly connected to itself via the system of galleries and fairs that continues to dominate commerce in contemporary art. The premise of an art- beer based on an endangered crop in the Molise connects these trends in a way that breaks down barriers between contemporary art and social justice movements, as well as the barriers between legitimate markets and those struggling to maintain their agricultural heritage in the face of hostile forms of commodification.

_Andrea Calzolari. Dialogando con la nostra moneta.

Degli strumenti che utilizziamo quotidianamente nulla è più oscuro della moneta, nelle dinamiche della sua creazione, nel come viene regolata la quantità in circolazione, nel modo in cui avvolge la nostra vita cambiando il nostro modo di pensare. Il grande economista John Maynard Keynes disse un giorno: “Conosco solo tre persone che davvero hanno capito la moneta. Un professore in un’altra università, un mio studente e un impiegato della Banca di Inghilterra”; prudentemente non fece i nomi dei tre. La semplice questione di come viene creata ci riporta nel campo della “magia”. La moneta riesce ad apparire e scomparire e viene creata “out of nothing”, ovvero dal nulla, con un processo che vale la pena osservare da vicino. Apparentemente infatti la moneta viene stampata dalle rotative delle banche centrali ma in realtà quello non è il momento della creazione. Se vogliamo capire “da dove il coniglio appare dal cilindro”, per citare Bernard Lietaer il più grande esperto di monete complementari, dobbiamo rivolgerci altrove ovvero verso le tradizionali banche commerciali. Ogni dollaro, ogni euro riceve esistenza da un debito bancario si parla infatti di “moneta debito”. Un esempio chiarisce meglio: quando un privato ottiene 200.000 € di credito da una banca per comprare una casa, la banca accredita il suo conto e letteralmente crea la moneta dal nulla, pigiando un bottone sulla tastiera e scrivendo 200.000 € appunto a favore del beneficiario. Tali 200.000 € equivalgono a denaro “pieno” come quello creato dalla BCE (Banca Centrale Europea). Ovviamente nel fare ciò ogni banca deve rispettare certi parametri in funzione delle riserve che detiene presso la Banca Centrale e non può creare ed erogare credito all’infinito. Inoltre il credito è normalmente garantito da beni come case, titoli etc e la banca fa molta attenzione al merito creditizio del richiedente.
Questo processo di creazione viene anche chiamato” Fiat Money” ovvero le prime parole della Genesi in cui venne create la luce, proprio a testimoniare questo processo di creazione dal nulla. Il problema sorge per gli interessi che noi dobbiamo rimborsare insieme al capitale. Nell’esempio dei 200.000 € solo questi vengono creati dalla banche mentre gli altri 100.000 € di interessi da rendere in 20 anni (ad esempio) non vengono creati. Il debitore viene “inviato in battaglia” contro il resto del mondo per procurarsi i

100.000 € di interessi da rimborsare nelle rate del mutuo e non creati. Squarciare il velo di tecnicismi che avvolge il mistero del sistema monetario è per pochi coraggiosi economisti come Jackson e Mc Connel che rispetto alla competizione (battaglia per rimborsare i debiti) scrivono: “la moneta debito riceve il suo valore dalla sua scarsità rispetto alla sua utilità”. In altre parole la scarsità viene artificialmente creata e mantenuta nel sistema. Sempre secondo questi economisti il ruolo delle banche centrali oggi è proprio introdurre e mantenere artificialmente questa scarsità. Per meglio dire le Banche Centrali competono tra loro per rendere le proprie monete internazionalmente scarse, in modo da mantenere il loro Valore relativo e la scarsità allo stesso tempo. Il fenomeno è da indagare anche sotto il profilo della psicologia di massa. A questo proposito lo stesso Bernard Lietaer va ancora oltre evocando il concetto di archetipo prendendo a prestito (per restare in tema bancario) le categorie evocate da Carl Gustav Jung; l’archetipo si può descrivere come un campo emozionale che mobilizza le persone individualmente e collettivamente in una particolare direzione. Jung sostiene che ogni volta che un archetipo viene represso due tipi di risposta si manifestano, uno all’opposto dell’altro collegati fra loro dal sentimento della paura. Per esempio se la parte più elevata del mio io, a cui corrisponde l’archetipo del Re o della Regina, viene repressa, io mi comporterò in due modi evocando gli archetipi ombra del Tiranno o Succube e ciascuna delle due risposte è connessa dal fenomeno della paura; mi comporterò da tiranno se ho paura di mostrarmi debole e viceversa succube, per la paura di dimostrarmi tiranno. Partendo da queste basi Lietaer mette in relazione uno degli archetipi fondamentali della nostra esistenza con le basi “psicologiche” del sistema finanziario/economico, e in particolare il suo operare secondo regole di scarsità e competizione trai soggetti. L’archetipo secondario emerso dalla repressione dell’archetipo della Dea Madre, che per 5000 anni è stato combattuto e cancellato dalla storia, mentre costituiva la base della religiosità di molte popolazioni, ha determinato la crescita del sentimento di paura della scarsità e l’avidità che porta all’accumulazione di ricchezze. Un’ipotesi così affascinante e credibile visto che costituisce le basi dell’opera di Adam Smith che nel XVIII secolo diede vita all’economia moderna, che può essere definita come l’uso di risorse scarse attraverso il meccanismo di massimizzazione del proprio interesse in modo egoistico. E’ scomparsa la Dea Madre dai segni dell’ambiente circostante, con tutto il suo carico simbolico di una natura che in ogni aspetto della vita genera in abbondanza per le sue creature, ed è apparso come sostituto un sentimento di insicurezza un bisogno di accumulare per affrontare il futuro; un buon conto in Banca si sostituisce all’intelligenza creatrice della natura o alla provvida mano del Divino descritta ad esempio nel Vangelo di Matteo cap 6 25,34.
In economia quindi la scarsità è intimamente connessa al valore e così vale per la moneta. Diverso è il caso del baratto o di un fenomeno come la Banca del Tempo dove la scarsità non viene indotta dall’esterno, come per la moneta, ma è un fenomeno naturale, reale, che dipende dal tempo a disposizione di una persona, da ciò che è stato prodotto in una comunità, e di conseguenza da un buon raccolto, o produzione da scambiare, tutta la comunità trae beneficio in un ottica collaborativa e non di competizione. Uno scambio di beni o moneta intesa solo mezzo di scambio e non come riserva di valore, come ad esempio teorizzata da Silvio Gessel, ovvero denaro che perde valore con il tempo che diventa deperibile, un sistema che fece la fortuna di alcune comunità in Austria e Germania negli anni ’30 in periodo di iperinflazione. Una moneta quindi che deprezzandosi con il tempo spinge le persone a far circolare il denaro e non accumularlo; questa è la strada di una riforma del nostro sistema monetario e in attesa attivarsi per la promozione di legami locali costruttivi di comunità di persone, in cui l’ansia di accumulare lasci lo spazio all’esigenza di vivere insieme attraverso relazioni di scambio vere.

 

_Salvatore Ceccarelli. Biodiversità, Cibo e Salute.

Il modo in cui pratichiamo agricoltura e allevamento del bestiame, e il modo in cui i prodotti agricoli e animali vengono poi trasformati, trasportati e consumati, non produce cibi sani e nutrienti per la società: oggi una persona su tre è malnutrita o non mangia a sufficienza, una persona su quattro è obesa o in sovrappeso, e se tutte le persone affette da diabete vivessero nello stesso paese, quello sarebbe il terzo paese più popoloso al mondo dopo Cina e India. Il sistema alimentare attuale è la causa di una diminuzione della biodiversità terrestre e marina pari al 60-61%, del 24% dell’emissione dei gas serra e del 33% della degradazione dei suoli.
La crescente uniformità di ciò che viene coltivato, dovuta in molti paesi all’effetto combinato di un mercato dei semi sempre più concentrato in poche mani, e di leggi sui semi che non hanno alcuna giustificazione biologica, ha avuto come conseguenza una progressiva omogeneizzazione del cibo (etichette e nomi diversi nascondono sempre gli stessi ingredienti) la quale a sua volta ha ridotto le nostre difese immunitarie; questo sarebbe la causa dell’aumento di molti tipi di tumori.                                                                Si è gradualmente diffusa la cognizione che non si può produrre cibo a buon mercato se non usando i metodi dell’agricoltura industriale basati sulla combinazione uniformità + prodotti chimici, e che quindi si può dar da mangiare a tutti solo producendo cibo non sano e non nutriente. Ma alcuni conti non tornano, se è vero che finisce nei cassonetti della spazzatura il 30% della produzione agricola (un miliardo e 300mila tonnellate). L’alternativa, per esempio il cibo biologico, costa di più, per cui ci si trova di fronte alla scelta tra cibo non sano e non nutriente ma a basso prezzo e quello nutriente e sano ma a caro prezzo.
Il miglioramento genetico è responsabile non solo dell’accresciuta uniformità coltivata, avendo privilegiato varietà ad ampio adattamento, capaci cioè di crescere in molti luoghi diversi purché si creasse un ambiente agronomico ideale con concimazioni e pesticidi, ma anche del diminuito valore nutritivo, ormai dimostrato in specie molto importanti per la nutrizione umana come il grano, delle varietà moderne rispetto a quelle tradizionali (spesso chiamate antiche). Oltre l’uniformità, il breeding moderno ha portato al diminuito valore nutritivo con una diminuzione, per esempio dell’11% per il ferro, del 25% per lo zinco e del 50% per il selenio nelle varietà moderne rispetto a quelle tradizionali.
Una possibile soluzione è tornare a coltivare diversità nella forma di miscugli di due o tre, ma anche di qualche decina, o centinaia o perfino migliaia di varietà della stessa specie. Questi rappresentano il contrario di ciò che viene attualmente coltivato nell’agricoltura industriale e grazie alla loro diversità, sono in grado di far fronte non solo ai cambiamenti climatici di lungo periodo, ma anche alle variazioni climatiche da un anno all’altro, controllano molto meglio infestanti, malattie ed insetti, riducendo notevolmente i costi di produzione, ma soprattutto non sono patentabili. Infatti, grazie agli incroci naturali che avvengono sempre all’interno dei miscugli, essi evolvono continuamente (per questo è preferibile chiamarli “popolazioni evolutive”). Grazie a questa loro caratteristica, gli agricoltori, non solo si riappropriano del controllo dei semi, ma hanno a disposizione una vera e propria banca di germoplasma vivente, dalla quale, laddove necessario per esigenze di mercato o altre, possono selezionare, nuove varietà. Si ritorna così alla selezione per l’adattamento specifico, riportando diversità nei campi e dai campi sulle tavole e riportando il controllo dei semi nelle mani degli agricoltori. Le prime esperienze con un miscuglio di oltre 2000 tipi diversi di frumento tenero, e con uno di circa 1600 tipi diversi di orzo hanno indicato una nuova strada. Agricoltori di diversi paesi, tra cui l’Italia, hanno trovato che il pane fatto con la farina di miscuglio di frumento tenero è tollerato da persone che soffrono di glicemia e di forme di intolleranza. Altri hanno notato un miglioramento della qualità del latte prodotto da pecore alimentate con il miscuglio di orzo. Questi risultati inaspettati, che stanno ricevendo continue conferme, indicano che oltre a tutti i benefici di cui si è già parlato, la coltivazione dei miscugli tal quali può rappresentare il modo ideale per coniugare ritorno alla diversità, sicurezza alimentare e sicurezza del cibo.

 

 

2017.  Seconda piantatura per ripopolare la patata Turchesca alla Fattoria Poggio di Dante a Poppi in Casentino. Sacrificio della birra per buon auspicio con Francesco e Diego. Sperimentazione tecnica di rincalzo a losanga.

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Progettazione bottiglia per birra 10 PASSI. Realizzazione modello con l’artista Stefano Pascolini.

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2016. Piantatura e raccolta per ripopolare la patata Turchesca alla Fattoria Poggio di Dante, Poppi, Casentino.

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Costruzione con Diego e Francesco della  Scialuppa di Dante, presso la Fattoria Poggio di Dante, Poppi, Casentino. Recinto a forma di imbarcazione per il ripopolamento e la condivisione della patata Turchesca.

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2015. Produzione della birra di patata Turchesca 10 Passi. Collaborazione con il mastro birraio Biagio Sannino del micro birrificio BAS a Pesche (IS).

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2015. Indagine e appunti abbozzati per il progetto  Dieci passi dall’erosione genetica. Pesche (IS).

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Ten Steps. Almost a manifesto Tommaso Evangelista

With “Ten Steps from genetic erosion” Andrea d‘Amore‘s work/action brings forth a lucid and complex reflection on the loss of our natural genetic diversity and the underlying state of agricultural policies as observed through art‘s selective filter. This attempt to resist the dematerialization of local farming traditions becomes in itself a living breathing form, a philosophy of action, condemnation and synthesis. The Artist‘s undertaking shines a new light on a rare species, revitalized in its meaning through an analytical process, and its ability to breed new resources, economic developments but above all community. In other words, its power in jumpstarting a number of relational and social dynamics. Everything first began in a specific geographic context – the village of Pesche in the province of Isernia – with a very specific vegetable – the Turchesca potato – discovered by the artist during his investigations, explorations and encounters in the area. The term “Turchesca”, which means foreign and stranger, went hand in hand with the idea of an artistic process intended as a dynamic, almost pirate-like, foray into the very heart of this land turned into a vital and harmonious event thanks to d‘Amore‘s in-depth interrogation. After discovering this peculiar crop on the terrain of “Villa Argia” owned by Mario, one of the last growers of this unique tuber, the artist also involved master brewer and Pesche-resident Biagio Sannino, owner of a micro- brewery, and went on to creating a Turchesca potato beer: the “Ten Steps”. After a first limited edition of numbered artist pieces, which will probably entail the production of two annual batches, the commercialization will guarantee he recolonization of the Turchesca and the widespread diffusion of the artist‘s message, as well as its sustainability. This operation is embodied by the bottle, object designed by the artist in a tuber-like shape whose surface bears a concise message. The future also holds the possibility of a wider production in order for the beer to become a catalyst for moments of sharing, socializing and genetic preservation. The potato, also planted in Casentino on the premise of the Fattoria Poggio di Dante in Poppi, will guarantee a more numerous production in order to avoid all temptations regarding branding and privati- zing. The packaging that envelops the bottle was also conceived as a small terrarium able to grow seeds, fertilized by the poster‘s 100% natural paper manufactured in Sri Lanka with elephant dung and screenprinted with organic pigments. Therefore whoever buys the artistic object becomes the custodian of a genetic and artistic identity able to fertilize the earth with its ideas and bear witness to the work and the sense of the underlying message.

One of the possible ideas for the future is to entrust production to a farm in the area of San Giuliano di Puglia, a territory tragically affected by the earthquake and deprived, for reasons of political clientelism, of important funding – partially diverted, curiously enough, towards mysterious studies on the Turchesca potato. This will consist in one of the next acts related to the promotion and sharing of the project. This is a gesture towards a land that has suffered and still suffers the consequences of human neglect and lack of responsibility. Through this harrowing experience its inhabitants have achieved a new, heightened sensitivity that can understand and welcome d‘Amore‘s productive and positive research, for it not only involves bonding with the land but also a more general desire to avoid future calamities and deprivation (in this case in the food/farming sector). Activating a functional discussion on biodiversity and production privatization is one of the project‘s main development objectives. This kind of debate could foster moments of conviviality or festive events, both intrinsically bonded to agricultural and community values, and could therefore safeguard the preservation of its diversity and reallocation within the territorial context, in addition to creating a useful tool for social analysis. Through his artistic/ culinary invention, d‘Amore shifts between global-local, sacred-profane, tradition-evolution and therefore rediscovers the concept of ritual, for its very foundation is based on the creation of trust and ontological certainty and it is considered a totalizing and stabilizing moment for the entire community.

The art-piece/action is also “political” since it studies and investigates the entire civitas by traveling on a parallel, specular level that reveals itself more truthful than the politics that should act within and on these contexts in order to protect property, variety and local businesses. From this standpoint, “Ten Steps from genetic erosion” is also influenced by the principles of biopiracy according to which biodiversity, key in the development of sustainability and sustenance, has an independent and precious value that positions it outside of a market more and more asphyxiated by intellectual property. The project‘s strength is in the rarity and uniqueness of its raw material, which is deeply rooted in its territory but also on the verge of extinction, while the underlying message is directed towards GMOs, consortia, brands and community regulations that tend to “tame”, civilize and normalize productions. The exclusivity of the product (pure craftsmanship, excel- lence, limited production, high quality and positive user experience) leads to a conscious choice on behalf of the customer who establishes a relationship with an “artistic gesture” that explores all of the material‘s potential through an action that is both creative and subversive.

Entering the market is therefore a fundamental step for the project and its activist nature for it will allow a continuity in its production and the widespread promotion of its message. The genetic-aesthetic preservation eliminates the spurious logic of monetary value and through the active use of sensitivity (the ve senses: tasting the beer, observing and touching the bottle, listening to its sound and taking in its aromas) it opens up a vast “political” space that denies power‘s tendency to simplify complexity while contemporaneously echoing the memories at its source. The potential of diversity and the infinite combinations of its (artistic) ingredients determine the creation of a network, the regeneration of representation, the in- version of market trends, “creative” consumption and the possibility of something different. The Turchesca potato is both pretext and alternative, the catalyst for an aesthetic action that offers concrete solutions to industrial agricultural policies through the deconstructed, anarchist filter of contemporary art. The artist‘s main goal is to arouse the “unexpected”, drive resonating waves through the very concept of agricultural production that isn‘t considered as a final product but as a form of abstraction, of psychic, scienti c and ethical manifestation. It is, all in all, a symbolic and magmatic representation of reality, a translation/construction/ transformation built through the exchange and contact with an all- encompassing natural order of essence and vital alternative. Ten Steps is the artist‘s journey in time and space through creativity and constructiveness, a hybridization where aesthetic and scienti c (empirical) experiences are seen as both fundamentally cognitive. It is the consciousness/ knowledge of an “ecology” that shows that nothing exists unhinged, that everything can coexist both on an ideal level of representation and as a functional relation. It is the difference between consumer capitalism and shared economy, the crisis on the horizon and the art of hanging on, of fighting back, enduring and evolving.

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